RACCONTO INEDITO: L’AMICO di Giovanni Margarone

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Questo racconto inedito  l’ho scritto quest’estate, ispirato dall’amicizia che ho instaurato con uno straordinario ragazzo del Senegal. Voglio pubblicarlo qui, ora, a pochi giorni dal Natale, per ricordarci che siamo tutti fratelli e sorelle, che il sole ci lambisce indistintamente e non fa differenze di razza, religione, genere e condizione sociale. Che dobbiamo rispettarci tutti e amarci l’un l’altro, bandire da noi il pregiudizio, l’indifferenza e qualsiasi forma d’intolleranza e non solo a Natale, ma sempre, ogni istante della nostra vita. Dedico questo racconto al mio amico Dieng, persona straordinaria, che vive a Genova, al quale è rivolto il mio pensiero e il mio affetto.

L’amico 

Solo, su una spiaggia deserta nella tarda primavera, avevo di fronte a me la calma distesa del mare. I gabbiani, indisturbati, libravano nel vento fresco del mattino. Mi sentivo lambire il volto da quell’aria che respiravo a pieni polmoni. Lontano dai ritmi incalzanti della vita, ascoltavo il silenzio rotto solo dal lieve sciabordio delle onde che s’infrangevano sulla battigia. I raggi del sole facevano scintillare la superficie del mare. Stavo bene lì, solo. La folla mi ha sempre soffocato, inquietato, disturbato. Una misantropia radicata in me sin da quando ero bambino, per questo amavo quella spiaggia deserta. Chiusi gli occhi. Quella quiete m’induceva a vagare in un mondo di sogni, spinti come cirri leggeri nel cielo. A un certo momento, mentre il sonno stava abbracciandomi come fa una madre al figlio, udii un rumore di passi sulla spiaggia ghiaiosa. Aprii gli occhi e mi voltai di scatto. Quel crepitio aveva rotto il sacro silenzio. Scorsi un venditore ambulante che si dirigeva verso me. Mi indispettii, non volevo vedere nessuno. Era alto, dalla pelle color dell’ebano; calzava una coppola di lana. Sorrideva, i suoi denti eburnei risaltavano sul suo volto scuro. Mi salutò con un “ciao”, io gli feci un sorriso stiracchiato; ero infastidito. Non sopportavo i venditori ambulanti sulle spiagge che spesso con insistenza volevano che tu comprassi loro qualcosa. Era il mio egoismo associato alla misantropia; me ne rendevo conto, alle volte, ma non riuscivo a farci niente. Non sopportavo né neri, né gialli, né bianchi, il mio microcosmo era sigillato, asettico; ero fatto così, da sempre. «Come va?» mi chiese in un italiano stentato. Gli risposi: «Va…». Con quella mia parola speravo che se ne andasse, volevo starmene in pace e godermi la quiete che regnava in quella spiaggia. Disinvolto, si sedette accanto a me e appoggiò il braccio sulla mia spalla. Ma io mi irrigidii. «Perché tu così serio? Non stai bene?» mi domandò sorridendo. Lo guardai dritto negli occhi con stizza. «Sto bene… sì…» gli risposi quasi seccato. «Poca gente oggi qui, forse troppo presto ancora per mare qui» mi disse sconsolato. «Sì, perché siamo in maggio… è presto ancora» gli dissi serio. Lui continuava a sorridermi. Il sole del mattino stava facendosi più caldo. Avevo il timore che insistesse nel vendermi qualcosa delle sue cianfrusaglie. Il mio istinto mi portava a respingerlo, avrei voluto che se ne andasse subito via. Ma lui mi guardava negli occhi e continuava a parlare nel suo italiano misero, inframmezzando parole in francese e non se ne andava. Però, a un certo punto, percepii che il suo radioso sorriso era più forte del sole che ci lambiva. Mi sorprese. Pensai alla vita che conduceva, lì a vendere sotto il sole paccottiglie sulla spiaggia come tanti altri venditori che sciamano nei nostri litorali. Le sue parole effondevano calore e sembrava che svelassero un intenso bisogno di amicizia. Mi raccontava di essere del Senegal, di avere quattro figli e una moglie che non vedeva da due anni; di avere i genitori di veneranda età. E lui era partito alla ventura, armato di un sacco di juta e pochi dollari verso l’Italia rincorrendo i suoi sogni. Aveva lasciato i suoi affetti, i luoghi dove era cresciuto, tutto. Lui ora era in terra straniera, solo. Pensando alla mia iniziale reazione nei confronti di quell’uomo, mi sentii improvvisamente un vile, avrei voluto sotterrarmi sotto la sabbia su cui appoggiavo i piedi e pensai alla mia condizione esistenziale, isolata e fredda. Il mio mondo non poteva capire il suo, anzi, lo evitava. Ma egli non esternava la sua sofferenza, sembrava felice. Eravamo due uomini soli sotto lo stesso cielo illuminato da quel sole che non faceva distinzioni, che faceva respirare il mondo con la sua energia. A un certo punto, il sangue gelido che scorreva nelle mie vene lo sentii improvvisamente scaldarsi. Il cuore lo sentii pulsare. Gli sorrisi, iniziai a parlargli in francese, un qualcosa mi diceva che dovevo metterlo a suo agio. Quella parte recondita di me, quella chiara, la più bella, stava riaffiorando come fini bolle d’aria che salgono verso il pelo dell’acqua. Un’empatia che mai avevo provato, colpito dallo stato d’animo di quell’uomo che aveva la mia stessa età. Mi sentii improvvisamente come lui, si erano azzerati i miei pregiudizi, la diffidenza, il timore. Stavano prevalendo l’affetto, la comprensione, la bontà. Dietro le mie spalle curve, stava diradandosi la caliginosa oscurità della vita che avevo sempre condotto e cominciavo a provare una felicità mai incontrata. Ma la mia non era compassione, stavo iniziando a capire cos’era l’amicizia e tutto ciò lo stava traendo fuori da me lui: Dieng. Non voleva che comprassi nulla da lui. Voleva solo la mia amicizia; quell’intimo e immortale sentimento talvolta raro nel genere umano perché oscurato dall’odio. I miei occhi ora luccicavano come i suoi, scuri e profondi; i nostri volti erano illuminati dal riflesso del mare. Parlammo ancora, ci scambiammo le nostre esperienze di vita. E mi disse che ero un uomo buono, che avrebbe pregato sempre per me rivolgendosi ad Allah, il suo Dio. Era la prima volta che mi sentivo felice e quella spiaggia, quel mare, erano diventati il teatro della mia palingenesi esistenziale. Quella mattina la mia vita era cambiata, tutto era cambiato. La mia tristezza di uomo solo per causa mia la vedevo diradarsi e poi sparire come le nuvole che ogni tanto correvano nel cielo. Avevo vissuto sempre sotto una nube nera che oscurava il sole. Dieng, nonostante tutto, aveva vissuto sempre sotto il sole, la sua natura lo portava a pensare comunque in positivo, grazie al suo pragmatismo, sebbene la sua vita fosse un’impervia strada, sempre in salita. Quell’estate la passai così, incontrando sempre il mio amico, il primo della mia vita. Poi la stagione finì e non lo rividi mai più. Mi aveva detto che voleva tornare in Senegal nel suo mondo. Di lui mi resta solo una foto che ho sul mio comodino, il suo sorriso mi dà forza ogni mattino della mia nuova vita.

Giovanni Margarone 2018 © Tutti i diritti riservati

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