IL TEMPO PERDUTO

Rievocare le ceneri del passato per guardare al futuro oppure demolire il passato per costruire il futuro?

È un dilemma che strugge, soprattutto è presente nelle giovani generazioni che poco propense sono a considerare il passato.

Spesso un certo passato è solo da dimenticare perché non può essere riproposto o riattualizzato, analizzare il passato per trarre da esso un’essenza positiva per la società attuale è impresa assai ardua: tutto fa pensare che il tempo dietro di noi sia solo perduto e che sia vana l’esperienza pregressa.

Ma cosa significa il “passato”?

Tanti lo identificano con il tempo perduto, l’oblio, il finito: l’arcaico non si adatta all’attuale, tutto dev’essere moderno; alcuni invece la pensano all’opposto: il passato è vivo in noi, l’agire nostro deriva dall’agire dei nostri avi, il pensiero nostro è l’evoluzione del pensiero dei nostri avi, in tutto c’è del buono, basta trovarlo, isolarlo e valorizzarlo. Lo scorrere del tempo è irrefrenabile, dimenticare è facile tanto quanto sia non pensare al domani, ma si dimentica ciò che non piace e ciò che non si vuole più, e come nella nostra sfera personale, anche la società dovrebbe sforzarsi a trarne il buono dal passato senza che questo sia, però, l’unico modo per dare un senso al mondo attuale, ciò sarebbe grave, vorrebbe dire assenza assoluta di idee, aridità di iniziativa: un mondo destinato a morire. Bisogna rendere vivo il presente, alimentarlo continuamente, fornirlo di quel terreno fertile che funga da volano al fine di avere una società intraprendente, sorprendente, libera. Il passato non è tempo perduto, tutto ciò che è stato ha formato l’uomo di oggi, dovrà essere la sua saggezza a fargli comprendere cosa non deve ripetersi dalla storia per evitare quei famosi corsi e ricorsi storici che hanno dannato sempre l’umanità.

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(Giovanni Margarone, da Oltre l’orizzonte, 2013)

MEDITAZIONE

Per affrontare il tema, vi propongo l’ultimo articolo del mio saggio “Oltre l’orizzonte”.

Meditazione

Nella convulsa e turbinosa vita di maggior parte di noi, presi costantemente a dover fronteggiare i nostri problemi quotidiani piccoli e grandi, a dover continuamente studiare, lavorare e, purtroppo per tanti, cercare un’occupazione che ci consenta di vivere, poco spazio c’è lasciato per la meditazione.

Neanche il silenzio della notte, quando siamo sdraiati nel nostro letto, alle volte, ci consente di dedicare momenti alla riflessione, poiché spossati dalla stanchezza di una giornata magari grigia, poco significativa della quale resterà nulla o quasi nei nostri ricordi. Riflettere però è salutare, bisognerebbe farlo più spesso. La meditazione è un atto introspettivo perché è una discussione con noi stessi, quasi fossimo due menti che si confrontassero per trovare la soluzione a un nostro conflitto interno che genera faccende in sospeso. Meditare è fermarsi anche per un attimo, tirando un sospiro, raccogliere le nostre emozioni e le nostre idee e fare il punto della situazione, ragionando su determinati argomenti o valutando se sono giuste le nostre convinzioni.

Meditando, valutiamo il nostro microcosmo e la nostra microstoria, cercando di capire se sono tangibili con la realtà che ci circonda, se siamo o non siamo riusciti a uscire da quella bolla infrangibile o se vogliamo o non vogliamo uscirne; da questo possiamo scoprire le nostre paure, i nostri egoismi, le nostre angosce. Meditare, oltre a farci capire meglio il nostro io, la nostra coscienza, ci aiuta a osservare meglio il mondo che ci circonda, a vedere oltre l’orizzonte.

Certo il messaggio può non apparire così chiaro: è difficile comprendere talvolta concetti, considerazioni, sentimenti, situazioni, che crediamo non ci appartengano.

Per far capire questo, voglio narrare questo mio aneddoto autobiografico: io ho lasciato la mia terra, la Liguria, a 21 anni, ma di essa non ho mai dimenticato un piccolo lembo di spiaggia situato tra Spotorno e Bergeggi in provincia di Savona.

In quel posto, a me tanto caro, ho passato gran parte della mia giovinezza e ogni volta che torno a casa, torno in quel posto e guardo il mare; ho vissuto cosi intensi momenti di meditazione in quel luogo scrutando l’orizzonte.

I miei occhi di bambino si chiedevano cosa vi fosse oltre quell’orizzonte, credendo che fosse un limite oltre il quale c’era il vuoto, il nulla.

Crescendo, mi resi conto che la linea dell’orizzonte era solo immaginaria, perché oltre a essa continuava il mare e oltre il mare vi era altra terra con altri uomini e altre storie. Mi ero reso conto che non esisteva solo il mio mondo, ma anche altri mondi fatti di vicende, persone, sentimenti, passioni, problemi. Ho scoperto cosi che esistono altre prospettive dalle quali vedere il nostro mondo, dalle quali si possono scorgere altre realtà che vanno rispettate e accettate. Vedere oltre l’orizzonte significa aprire la nostra mente, uscire da una situazione di chiusura, accorgerci degli altri anche quando hanno bisogno. Il mondo è pieno di divisioni politiche, razziali, culturali, religiose; se l’umanità meditasse di più sui suoi problemi e le sue condizioni, riflettendo sul senso dell’esistenza su questa terra, aumenterebbe il dialogo e regredirebbero gli scontri e il pregiudizio.

Se tutti gli uomini capissero che oltre quell’orizzonte esistono altri esseri come loro con pari diritti e dignità, il mondo sarebbe migliore perché si sarebbe affermata la solidarietà e la pace.

La comprensione dei grandi problemi che affliggono l’umanità può avvenire solo grazie alla riflessione, un preludio che consenta di trovare ragionevolmente soluzioni eque e giuste, che prevalgano su tutti quei disdicevoli comportamenti frutto del lato più oscuro dell’umanità intera.

© Tutti i diritti riservati 

(Giovanni Margarone, da Oltre l’orizzonte, 2013)

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