Decandentismo culturale

Tempo fa, restai sbalordito quando, per caso, scoprii che la senatrice a vita Elena Cattaneo, ricercatrice e scienziata  di fama internazionale al servizio di una università italiana, veniva retribuita con uno stipendio di 3.300 Euro al mese: questa è la dimostrazione, inequivocabile, di quanto investa lo Stato Italiano per la ricerca scientifica e, in generale, per la cultura e tutto ciò che è attinente ad essa.
E’ stato calcolato che in Italia, per l’istruzione a tutti i livelli, la cultura e la ricerca, viene investito appena l’1% del PIL, tale stima ci porta a fanalino di coda rispetto ai partners europei: un triste primato per un paese che è stato, sin dalla notte dei tempi, culla della cultura, con le città e i paesi ricchi di beni culturali, una letteratura senza pari al mondo e che dire della poi musica: nel nostro paese le orchestre chiudono, significativa fu la protesta del Maestro Riccardo Muti!
Tristezza, soltanto tristezza è il sentimento comune, considerate invece le consistenze in termini di investimenti in altri settori di minore portata e valenza.
Un paese che non investe nella cultura è destinato inesorabilmente a diventare povero, non solo economicamente.
Se visitiamo una scuola pubblica ci imbattiamo in docenti esasperati che devono sfruttare i pochi strumenti messi loro a disposizione per insegnare, percependo uno stipendio mensile che non può ritenersi degno di una nazione europea occidentale.
Il 70% degli edifici scolastici non sono a norma in termini di sicurezza e i tagli nel settore sono stati lineari e profondi, mancanza di fondi: questa è stata la parola d’ordine… e chi ci rimette sono i nostri figli che vanno a scuola, coloro che un giorno avranno in mano la società.
La scuola forma gli operatori del futuro, dovrebbe essere l’eccellenza del settore pubblico, il fiore all’occhiello.
E che dire dell’istruzione superiore e universitaria?
Anche qui carenze di fondi e professori mal pagati, ricercatori insufficientemente retribuiti, risultato? Fuga incessante di cervelli, le migliori menti nate e cresciute nella nostra bella Italia emigrano laddove possono trovare un impiego degno, gratificante e ben remunerato.
Certo: alcuni come la Prof.ssa Cattaneo sono rimasti nel loro paese, ma a quali condizioni e con quali sacrifici?
Per non parlare dei ricercatori associati ai dipartimenti: contratti di collaborazione a termine con retribuzioni inique, senza diritti sindacali e senza la possibilità di formare una carriera contributiva: dei veri schiavi moderni con menti brillanti, che grazie al loro impegno (spesso nell’ombra) contribuiscono allo sviluppo della ricerca nei più svariati settori che portano a risultati scientifici di livello mondiale a vantaggio dell’umanità intera.
Questo è un periodo di vero decandentismo. E in un mondo che gira grazie alla scienza, il nostro paese arretra, inesorabilmente.
E’ obbligatorio investire nella cultura e nella ricerca almeno al pari di altri partners europei, fronteggiare la fuga dei cervelli, riattrarli nel nostro paese per creare sviluppo, riformare scuole e università, gratificare docenti e ricercatori, insomma, portarsi a una “normalità” al passo con questi tempi, dove il lavoro intellettuale e di concetto ha ormai preso il sopravvento su quello manuale. Ma di questo, nel programma del governo attuale, non c’è traccia.
Investire nella cultura e nella ricerca porta lavoro e può essere un vero volano se associato a politiche economiche adeguate e strutturali.
E’ inutile vantarsi di avere treni ad alta velocità (anche qui ci sono riserve, vedi la diatriba della TAV) e nel contempo assistere a un inesorabile decadenza della nostro patrimonio culturale, con un analfabetismo di ritorno a dir poco preoccupante: è un paradosso. La cultura è un bene prezioso, da rilanciare e con forza. E’ il vero bene italiano e non dobbiamo, non possiamo farcelo sfuggire.
(Giovanni Margarone, 2019)
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